Non doveva essere il nuovo Vietnam?
Doveva finire con l’evacuazione in elicottero dal tetto dell’ambasciata americana di Baghdad, come a Saigon il 29 aprile del 1975. L’Iraq era “il Vietnam di George W. Bush”, citazione con troppi autori per nominarli tutti: forse il primo fu il settimanale tedesco Spiegel, copertina del 2004. Sarebbe finita così, lasciavano intendere i commentatori e pazienza se c’erano poche differenze, comunque inessenziali. Doveva finire così, ma non è finita così. Gli iracheni hanno votato di nuovo per la quinta volta da quando è stato cacciato Saddam Hussein.

Doveva finire così, ma non è finita così. Gli iracheni hanno votato per la quinta volta da quando è stato cacciato Saddam Hussein nel 2003 ed eleggeranno il Parlamento di Baghdad, assieme a quelli di Beirut e di Gerusalemme l’unico in tutto il medio oriente a essere completamente legittimato dal libero voto popolare. Per ora l’Iraqrazia, come l’ha definita il generale americano David Petraeus, non assomiglia a un’elezione cantonale svizzera. E’ tumultuosa fino a sembrare pericolosa e pionieristica tanto da apparire infantile, con 6.172 candidati e 86 liste che corrono tutti per soli 325 posti, con voltafaccia, scambi di voto e colpi bassi troppo candidi per funzionare. Ma la grande differenza con l’ultima volta in cui fu eletto il Parlamento, nel 2005, è che ora si tratta di colpi bassi che appartengono tutti alle categorie della politica; non ci sono più gli squadroni della morte sciiti che rapivano e uccidevano i candidati nemici né i sunniti vogliono boicottare in massa il giorno delle elezioni. Lo scontro è stato riportato dentro una normale rivalità democratica.
Certo, c’è ancora lo stato islamico dell’Iraq, il gruppo estremista ispirato da al Qaida che colpisce con le autobomba – due giorni fa hanno distrutto due dei diecimila seggi elettorali pronti nel paese – e tenta di mettere paura ai 17 milioni di possibili elettori. “Sceglieremo anche noi i nostri candidati – dice il loro ultimo proclama, con il solito tono ultraviolento – li sceglieremo con i nostri metodi: cinture esplosive e autobomba per loro”. Come scrive Newsweek (il settimanale liberal che ha appena ammesso che Bush aveva ragione sull’Iraq) questa settimana, oggi gli estremisti sunniti non sono più una “minaccia esistenziale” per il governo di Baghdad. Non hanno più la forza di contestare il potere del governo, come invece facevano nel 2005, quando la loro giunta militare quasi controllava l’Iraq centrale.
Le previsioni sull’esito elettorale sono azzardate, i risultati tarderanno, il nuovo governo potrebbe insediarsi addirittura ad agosto. I giochi si fanno attorno a tre grandi blocchi di potere. La Coalizione per lo stato di diritto del presidente sciita in carica Nouri al Maliki, che ha guadagnato enormi consensi disarmando le milizie sciite e dividendo (senza dirlo) i meriti della ritrovata sicurezza con gli americani, è in vantaggio. Maliki spinge per lo stato centrale forte e nazionalista. Contro di lui c’è l’Alleanza nazionale irachena, i grandi sconfitti delle provinciali dell’anno scorso (ma sarebbe più corretto dire “regionali”).
L’Alleanza è sciita, come Maliki, ma riunisce i partiti più religiosi e duri: sentono svanire la loro presa sugli iracheni e giocano altre carte. Hanno decimato le liste avversarie con liste di proscrizione anti partito Baath – una mossa che ha guadagnato loro l’entusiasmo popolare – spargono falsi proclami firmati grande ayatollah al Sistani, la massima figura dello sciismo, per influenzare i fedeli. La loro eminenza grigia, l’immarcescibile ex uomo Cia ed ex premier Ahmed Chalabi ora si è riciclato con gli iraniani e s’incontra con il capo dei pasdaran. L’Alleanza chiede meno centralismo, per favorire gli appetiti di Teheran. Infine, il Movimento nazionale iracheno. Attorno a questo in teoria si raccolgono i sunniti, ma molti di loro, per i prodigi dell’Iraqrazia, corrono invece con gli altri due schieramenti, con gli sciiti.